Fuga dal mondo reale-l’avatar

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Il termine “avatar”, a significare corpi e sostanze virtuali su internet, fu reso popolare dalla novella di Neal Stephenson “Snow Crash” del 1992. Stephenson disse che Il termine avatar deriva addirittura dalla religione Hindu, ma nel linguaggio di internet indica più precisamente l’aspetto e l’identità assunta da qualcuno nei giochi o nelle chat grafiche. Un avatar è l’alter ego virtuale di una persona e non è necessariamente umano, antropomorfo: può essere qualsiasi tipo di oggetto che si voglia come rappresentativo del proprio ruolo o caratteristica. Così io mi posso presentare come l’asino d’oro di Apuleio o gli animali di Esopo e parlare umanamente, magari collocandomi in una città ideale ove l’habitat sia costruito come un vestito su di me. Se non credete alle mie parole parlatene con i vostri figli. In questo mondo disinibito e disinvolto c’è più solitudine che mai, bisogno di sognare, di essere qualcuno o di rassomigliargli: forse un cantante o un calciatore; forse un attore o un eroe immaginario, del presente o del passato; un uomo o una donna di ricchezza notevole. Sapendo di non poterlo diventare, chi non è bello, sogna di esserlo. Chi non è accettato per ciò che è immagina di essere come gli altri lo vorrebbero. Beninteso, questo modo di essere è tipico dell’essere umano. Artisti, scrittori e poeti hanno sempre sognato di essere diversi: ora tuffandosi nella fantasia, ora immedesimandosi in un personaggio della propria opera, facendolo parlare in propria vece e costruendosi addirittura un habitat personale, in cui muoversi secondo i propri impulsi istintuali e secondo le proprie aspirazioni. Qualcuno, a parte Esopo, Dante o Salgari, cambiava i propri abiti (virtualmente), per vivere altre realtà. Ricordo il Machiavelli il quale, scrivendo a Francesco vettori, raccontava come la sera “vestiti abiti regali e curiali”, dialogava con i grandi. Nei tempi andati, così come in quelli moderni, un certo sdoppiamento di personalità è condizione essenziale perché le muse ispirino l’artista. Da ciò nasce poi l’opera d’arte. Soprattutto nel mondo delle chat, quindi nell’immenso mondo di internet. Soprattutto i ragazzi e i giovani in generale, trovato un sito confacente, entrano in una stanza delle chat o partecipano ad un forum. Non si presentano mai con il proprio nome, ma con un nomignolo, il cosiddetto nickname. Perché chiedo che ne parliate con i vostri figli? Perché è nato un fenomeno incredibilmente grande ed enormemente esteso. I giovani si incontrano su internet e fanno conoscenza. Si confidano e parlano l’un l’altro di sé. Raccontano cose pazzesche. Si dipingono non come sono, ma come credono che gli altri li vorrebbero. E più si lasciano andare e più la cosa gli prende la mano. Timidi ragazzi diventano conquistatori di donne e di stati sociali. Ragazze decisamente bruttine hanno appena vinto un concorso di bellezza, ma sono alla ricerca di un principe azzurro che, nella vita di tutti i giorni, non troverebbero mai. Ciò, il più delle volte, sarebbe assolutamente innocuo, tanto la cosa finisce lì, in un semplice sfogo esagerato. Tutto diventa però pesante quando, sia pure nella finzione, con la ripetizione, il soggetto crea un avatar di sé e ci si affeziona. A chiunque incontri, nella realtà virtuale di internet, si presenta ripetutamente quasi come un logo di sé. Senza più pudori, diventa un ricco industriale o un’attrice di successo. La finzione o la “trasposizione di personalità”, come la definiva Moravia, può essere anche di modeste pretese e dimensioni, ma pian piano finisce per minare l’equilibrio psichico. Il soggetto, ormai convinto di essere qualcuno che gli piace, diventa abulico verso la società e il mondo reale e, ogni volta che può, si rifugia in un avatar di sua invenzione.