Eco dei Comuni

lo stadio chimera

Si apre una annosa battaglia per lo stadio della Roma

Sono decenni che a Roma si parla di stadio proprietà delle società di calcio. Situazione normale in altri paesi, dove molte società di calcio in Europa possiedono lo stadio in cui giocano, non solo, ne fanno derivare un indotto economico non indifferente, creando nell’intorno attività commerciali, di merchandising e di promozione. Il problema non è solo romano ma nazionale, c’è infatti difficoltà nelle istituzioni nostrane nel concedere alle società di calcio (private) la possibilità di accedere ad aree comunali o di proprietà per costruire strutture sportive così importanti. Recentemente solo la Juventus, grazie sicuramente all’ascendente che la famiglia Agnelli continua ad avere su Torino e “dintorni”, si è potuta permettere uno stadio di proprietà con una intelligente collaborazione con il comune. Investimento quello sullo Juventus Stadium, che ha ripagato appieno la società, con i numerosi “tutto esaurito” e i ricavi che hanno fatto rientrare ampiamente dell’investimento di 130 milioni circa. A Roma e non solo, vedasi il caso Is Arenas/Sant’Elia per il Cagliari calcio, la situazione è sempre andata a cozzare con le miriadi di interessi, caste e castine burocratiche, statali e parastatali, nonostante la Roma, ma anche la Lazio, nella capitale,  siano sempre state realtà sportive con grande “ascendente”mediatico e politico. A Roma, l’immobilismo statale e parastatale Italico, spesso ideologico, ma anche di interesse speculativo, ha sempre ostacolato ogni volontà di crescita e proiezione futura, incartando la città, in un oblio decadente che poi non ha fatto che nutrirsi di solo degrado. Forse lo stadio della Roma, rappresenta per molte “teste” superiori della burocrazia, una grande opera troppo “popolare” non troppo culturale, non è insomma la “nuvola” o l’auditorium (che pure hanno vissuto una loro storia travagliata). Non troppo culturale dicevamo per poter avere l’approvazione dei “certificatori” della cultura, a cui interessa principalmente lo status quo che nutre solo e soltanto il potere acquisito. Pensiamo, ma speriamo il contrario, viste le diatribe passate per opere  culturalmente più “nobili” che lo stadio rimarrà una chimera almeno a queste latitudini, probabile che le società optino, in caso di problemi insormontabili, per una soluzione “fuori porta”, anzi è sicuro, sempre che i su detti “certificatori” e gli esempi non mancano come il su citato caso Is Arenas, non decidano di non mollare l’osso del diniego e si impegnino in una battaglia di “principio” a tutto campo…loro.

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