Eco dei Comuni

Il gioco di Trump

L’inizio mandato di Donald Trump, tra contestazioni, risolutezza, dimissioni, non chiarisce la propria strategia globale

Abbiamo assistito a questo travagliato inizio  dell’amministrazione Trump, tra dure contestazioni, dimissioni di uomini chiave vedi generale Flynn per la tignosa questione dei rapporti coi servizi russi, diverse “defezioni”, dubbi di molti componenti il team. Abbiamo anche assistito alla determinazione del presidente americano nel voler tenere fede a quanto promesso ai suoi elettori in campagna elettorale, e addirittura rilanciare con maggior risolutezza, la politica di blocco immigrazioni da quella famosa lista di paesi non sicuri (già stilata dall’amministrazione Obama) questione che ha portato le maggiori contestazioni alla sua amministrazione, senza parlare del famigerato muro al confine con il Messico. Questo lo stato di fatto dei 30 e più giorni dall’insediamento del Tycoon, rimangono intatti tutti gli interrogativi sulla sua politica e strategia globale, non ci riferiamo a quella economica, seppur a grandi linee, impostata ad un chiaro recupero della produzione e dell’occupazione nazionale, ma a quella dei rapporti geostrategici con le nazioni dello scacchiere mondiale. La questione resta un rebus, incentrato prima di tutto sul fulcro delle relazioni con Mosca, a tutt’oggi non ancora ben chiarite, anzi per adesso tutt’altro che in via di risoluzione, sopratutto dopo l’intenzione di Trump di rinforzare l’arsenale nucleare Usa. A complicare il panorama, gli screzi con la Cina, prevalentemente in chiave commerciale ma non solo…(la posta in gioco è pure strategico/militare) e sopratutto la chiusura all’Iran, paese chiave della strategia di Putin in Medio Oriente. Quest’ultima questione risulta essere un nodo di non poco conto nelle relazioni con la stessa Russia. Il rinsaldare da parte di Trump la storica alleanza con Israele, gravemente incrinata dalla precedente amministrazione Obama, d’altra parte non poteva non comportare uno stop alle aspirazioni di Teheran verso lo sdoganamento internazionale, apertogli proprio da Obama. Parallelamente sposare le convinzioni di Israele riguardo la minaccia “mortale” che l’Iran rappresenta per lo stesso è per Trump condizione primaria per rinsaldare la storica alleanza. Ma la questione che rappresenta più di un interrogativo, alla luce della crociata antiterrorismo, anti isis, fulcro della campagna elettorale del Tycoon, è il rapporto con Arabia Saudita e Qatar. E’ inspiegabile come Trump abbia prestato il fianco ai suoi detrattori, non avendo ritenuto inserire nella famosa lista dei paesi “bannati” anche i due paesi oramai universalmente riconosciuti come i più grandi finanziatori dell’islamismo Wahabita e del terrorismo ad esso associato. Non solo, i due paesi rappresentavano uno dei pilastri dell’amicizia affaristico/strategica in Medio Oriente delle amministrazioni Bush/Clinton/Obama. E rappresentano ciò che Trump a parole dalla campagna elettorale in poi ha sempre detto di voler combattere e vincere. Non vogliamo essere tra chi parla dell’esistenza di un  banalissimo interesse commerciale con quei paesi, anche se potrebbe chiaramente influire, ma questa linea di continuità con le precedenti amministrazioni, getta sicuramente una prima ombra sulla fino adesso contestata, ostacolata, ma cristallina e coerente politica di Donald Trump.

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