Eco dei Comuni

L’imposizione dei termini, dove vuole arrivare il pensiero unico?

E’ di questi giorni il dibattito sulla sentenza che ha vietato il termine “clandestino” per identificare i richiedenti asilo provenienti oramai in numero esorbitante da parecchi angoli del globo, sopratutto dall’Africa subsahariana. Questa sentenza ricorda la recente censura verso altri termini della lingua italiana che in se non hanno nulla di offensivo, se non caricandoli a posteriori di “intenzionalità” non ben inquadrate, o in contesti dove in malafede li si accorperebbe ad insulti di carattere razzista o ingiurioso e discriminatorio, come “negro” o “zingaro”. Non ci dilunghiamo su aspetti di carattere linguistico o semantico, che possono essere facilmente consultati da ognuno grazie a qualsiasi vocabolario della lingua italiana o a internet, quello che ci preme sottolineare è l’ interesse giudiziario riguardo gli usi e costumi, della libertà di parola e di espressione di una società che si dice “democratica”. Sta infatti diventando sempre più preoccupante questo “fuori campo” “educativo” da parte di una istituzione che avrebbe il solo scopo di applicare le leggi del parlamento della repubblica Italiana, e non assurgere a ruoli da “baby sitter” o da “maestro” bacchettone su ogni aspetto della vita dei cittadini. E’ chiaro che questo, lo ripetiamo, “fuori campo” è ascrivibile in buona parte alle colpe di una classe politica, nella sua interezza che in questi anni di guerra politica, spesso senza esclusione di colpi, non ha fatto quadrato nella tutela del suo sacro ruolo di rappresentanza diretta dei cittadini, delegando spesso e volentieri empasse legislativi e costituzionali alle sentenze spesso “creative” di un potere giudiziario che si è sentito investito da una sacra “missione” sovrastatale. Ora guardiano del “sentiero” o mission tracciato da una non ben precisata casta “sacerdotale” del pensiero unico, del politicamente “corretto”, che si rifà alla sacralità del cd “mondialismo” delle migrazioni di massa, dell’abbattimento delle frontiere, dell’omologazione globale, della new economy. Il tutto al di là della volontà popolare. Il quesito ora riguarda fino a che punto questa “visione” vuole spingersi? e vuole imporsi sulla vita dei cittadini, in questo caso Italiani? ma potremmo estenderla agli europei, e agli occidentali in genere. Quando si arriva a colpire, vietandoli da sentenza termini di uso comune, non insultanti, che specificano il significato di una condizione o di una azione, bisogna iniziare a preoccuparsi e molto, e ci si domanda dove si voglia arrivare pur di far prevalere una determinata visione. Ma quello che più preoccupa è il sordo silenzio di quella rappresentanza parlamentare, e non ultimi quegli ordini a tutela della libertà di stampa e parola.

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